Nel nostro sangue cellule microscopiche trasportano la vita. Operando con estrema discrezione, svolgono compiti fondamentali per l'organismo. I nostri sensi, il nostro pensiero, la nostra scala delle priorità, sono però altrove. A quelle cellule essenziali è riservato lo stesso destino di tutto ciò che non vediamo, che non sentiamo, che non soppesiamo in una mano: la nostra indifferenza. Tocca al classico granellino, forse appena un po' più grande di quelle cellule ma ugualmente silenzioso, destabilizzare insieme al nostro meraviglioso meccanismo biologico, anche la realtà fenomenica che riteniamo dogmaticamente significativa. In quest'opera, il fiume carsico della vicenda autobiogarfica riaffiora alla superficie espressiva, differenziandosi in un "io collettivo". Mano nella mano con la malattia, valichiamo allora il confine di un ospedale, universo con logiche e percezioni sensoriali radicalmente diverse da quelle vigenti all'esterno, ed in cui il normale sentire di un essere umano, a poco a poco ridimensionato per far posto ad altre leggi fisiche e morali, diviene infine solo un ricordo scomodo, inutile e a volte anche dannoso. In quei luoghi del non senso , enclavi a cui si chiede di galleggiare sul mare del senso a tutti i costi che è divenuta la nostra esistenza, si aspetta. Con pazienza. E si conta. I secondi, i minuti. I mesi. O le travi del soffito della sala d'attesa. [...] A volte ne conto quarantacinque. A volte quarantasei. Poi immagino quante ne entrerebbero negli spazi vuoti. Una, due o tre. A vole cerco di capire quale è il vero numero, il numero ufficiale di travi, se quarantacinque, qurantasei o quarantotto. Le conclusioni sono sempre diverse, mentre io vorrei un numero univoco per comunicarlo alla signora di Bergamo. Per farle capire che sono paziente, che conto le travi. Che sono già integrato nel sistema. Che merito la guarigione. Che lei può perorare la mia causa dinanzi agli spiriti che governano il Centro. Che mi siano amici.